01 luglio 2025

Pre-diabete, non solo un fattore di rischio
Il precedente studio sul pre-diabete negli anziani
Avevamo già affrontato questo tema quando erano stati pubblicati su JAMA i risultati di uno studio di coorte prospettico condotto negli Stati Uniti su oltre 3400 soggetti anziani (età 76±5 anni), seguiti per sette anni dal 2011 al 2017.
Lo studio mostrava che, tra i soggetti con pre-diabete definito da HbA1c compresa tra 39 e 46 mmol/mol (5,7–6,4%):
- 9% progrediva a diabete
- 13% tornava normoglicemico
- 19% moriva
Risultati simili riguardavano l’alterata glicemia a digiuno:
- 8% evoluzione a diabete
- 44% ritorno a normoglicemia
- 16% mortalità
Nei soggetti con HbA1c <39 mmol/mol (<5,7%) o glicemia <110 mg/dL, solo il 3% sviluppava diabete.
La conclusione allora era che, nonostante l’elevata prevalenza del pre-diabete in questa fascia di popolazione, il rischio evolutivo verso diabete fosse relativamente basso, mentre erano più frequenti la regressione alla normoglicemia o il decesso per altre cause.
Gli Autori suggerivano quindi che diagnosticare il pre-diabete negli anziani avesse utilità limitata, e che fosse più opportuno concentrare l’attenzione su malattie cardiovascolari e rischio di mortalità generale.
L’attuale quadro epidemiologico: UK, USA e dati globali
Il tema è tornato centrale dopo i nuovi dati di Diabetes UK, secondo cui oltre 12 milioni di persone nel Regno Unito vivono con diabete o pre-diabete:
- 4,6 milioni con diabete diagnosticato
- 1,3 milioni con diabete non ancora diagnosticato
- 6,3 milioni con pre-diabete
La tendenza è in aumento di anno in anno.
Negli Stati Uniti, i dati confermano il trend: nel 2021 il 38% degli adulti ≥18 anni era pre-diabetico, percentuale che raggiungeva il 49% negli over 65.
Anche il panorama globale, secondo l’International Diabetes Federation, evidenzia che nel 2021 circa 541 milioni di adulti presentavano pre-diabete, una cifra comparabile alla popolazione globale dei diabetici.
Evoluzione del concetto clinico di pre-diabete
Le nuove evidenze epidemiologiche hanno portato a riconsiderare il significato clinico del pre-diabete, ora definito come un disturbo di salute rilevante, strettamente associato a:
- sindrome metabolica
- morbidità cardiovascolare
- mortalità cardiovascolare
Principali fattori di rischio
- Sovrappeso e obesità
- Età ≥45 anni
- Predisposizione genetica
- Dieta non sana
- Sedentarietà
- Deprivazione socioeconomica
- Steatosi epatica
- Diabete gestazionale
- Etnia (maggiore rischio in soggetti asiatici, neri e ispanici rispetto ai caucasici)
Le opzioni terapeutiche attualmente disponibili
Il trattamento del pre-diabete si basa primariamente su:
a) Modifiche dello stile di vita
- Restrizioni caloriche
- Maggiore attività fisica
b) Terapie farmacologiche
- Metformina, quando le modifiche dello stile di vita non sono applicabili/efficaci
- Agonisti del recettore GLP-1, che sembrano offrire risultati promettenti nei soggetti incapaci di adottare cambiamenti comportamentali
Conclusioni e prospettive future
Il pre-diabete (o “iperglicemia intermedia”, secondo alcuni) rappresenta l’ultimo punto dello spettro glicemico in cui la progressione verso il diabete tipo 2 può ancora essere prevenuta.
È dunque fondamentale:
- identificarlo correttamente,
- trattarlo in modo appropriato,
- e migliorare gli strumenti diagnostici a disposizione.
Rimane ancora aperta la questione del miglior test diagnostico, poiché linee guida e società scientifiche non hanno ancora scelto tra:
- glicemia a digiuno
- glicemia a 2 ore dopo il carico orale di 75g di glucosio
- HbA1c
Il futuro potrebbe portare alla definizione di un unico criterio diagnostico unificato, sensibile, costo-efficace e universalmente applicabile.
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