01 luglio 2025

Diabetologia

Prof. Andrea Mosca


Pre-diabete, non solo un fattore di rischio


Il precedente studio sul pre-diabete negli anziani

Avevamo già affrontato questo tema quando erano stati pubblicati su JAMA i risultati di uno studio di coorte prospettico condotto negli Stati Uniti su oltre 3400 soggetti anziani (età 76±5 anni), seguiti per sette anni dal 2011 al 2017.

Lo studio mostrava che, tra i soggetti con pre-diabete definito da HbA1c compresa tra 39 e 46 mmol/mol (5,7–6,4%):

  • 9% progrediva a diabete
  • 13% tornava normoglicemico
  • 19% moriva

Risultati simili riguardavano l’alterata glicemia a digiuno:

  • 8% evoluzione a diabete
  • 44% ritorno a normoglicemia
  • 16% mortalità

Nei soggetti con HbA1c <39 mmol/mol (<5,7%) o glicemia <110 mg/dL, solo il 3% sviluppava diabete.

La conclusione allora era che, nonostante l’elevata prevalenza del pre-diabete in questa fascia di popolazione, il rischio evolutivo verso diabete fosse relativamente basso, mentre erano più frequenti la regressione alla normoglicemia o il decesso per altre cause.

Gli Autori suggerivano quindi che diagnosticare il pre-diabete negli anziani avesse utilità limitata, e che fosse più opportuno concentrare l’attenzione su malattie cardiovascolari e rischio di mortalità generale.


L’attuale quadro epidemiologico: UK, USA e dati globali

Il tema è tornato centrale dopo i nuovi dati di Diabetes UK, secondo cui oltre 12 milioni di persone nel Regno Unito vivono con diabete o pre-diabete:

  • 4,6 milioni con diabete diagnosticato
  • 1,3 milioni con diabete non ancora diagnosticato
  • 6,3 milioni con pre-diabete

La tendenza è in aumento di anno in anno.

Negli Stati Uniti, i dati confermano il trend: nel 2021 il 38% degli adulti ≥18 anni era pre-diabetico, percentuale che raggiungeva il 49% negli over 65.

Anche il panorama globale, secondo l’International Diabetes Federation, evidenzia che nel 2021 circa 541 milioni di adulti presentavano pre-diabete, una cifra comparabile alla popolazione globale dei diabetici.


Evoluzione del concetto clinico di pre-diabete

Le nuove evidenze epidemiologiche hanno portato a riconsiderare il significato clinico del pre-diabete, ora definito come un disturbo di salute rilevante, strettamente associato a:

  • sindrome metabolica
  • morbidità cardiovascolare
  • mortalità cardiovascolare


Principali fattori di rischio

  • Sovrappeso e obesità
  • Età ≥45 anni
  • Predisposizione genetica
  • Dieta non sana
  • Sedentarietà
  • Deprivazione socioeconomica
  • Steatosi epatica
  • Diabete gestazionale
  • Etnia (maggiore rischio in soggetti asiatici, neri e ispanici rispetto ai caucasici)


Le opzioni terapeutiche attualmente disponibili

Il trattamento del pre-diabete si basa primariamente su:

a) Modifiche dello stile di vita

  • Restrizioni caloriche
  • Maggiore attività fisica

b) Terapie farmacologiche

  • Metformina, quando le modifiche dello stile di vita non sono applicabili/efficaci
  • Agonisti del recettore GLP-1, che sembrano offrire risultati promettenti nei soggetti incapaci di adottare cambiamenti comportamentali

Conclusioni e prospettive future

Il pre-diabete (o “iperglicemia intermedia”, secondo alcuni) rappresenta l’ultimo punto dello spettro glicemico in cui la progressione verso il diabete tipo 2 può ancora essere prevenuta.

È dunque fondamentale:

  • identificarlo correttamente,
  • trattarlo in modo appropriato,
  • e migliorare gli strumenti diagnostici a disposizione.

Rimane ancora aperta la questione del miglior test diagnostico, poiché linee guida e società scientifiche non hanno ancora scelto tra:

  • glicemia a digiuno
  • glicemia a 2 ore dopo il carico orale di 75g di glucosio
  • HbA1c

Il futuro potrebbe portare alla definizione di un unico criterio diagnostico unificato, sensibile, costo-efficace e universalmente applicabile.