15 dicembre 2025

Diabetologia

Prof. Andrea Mosca


Il ruolo dell’elettroforesi capillare nelle emoglobinopatie

Nella scorsa puntata abbiamo messo in evidenza come l’elettroforesi capillare sia un metodo analitico molto importante per l’analisi delle emoglobine minori, in particolare quando si possano avere a disposizione i due kit, sia quello per l’HbA1c sia quello per le varianti patologiche. Mi riprometto di riprendere questo discorso più avanti, ma ora recenti evidenze di letteratura mi portano a tornare sul tema della misura della HbA2.

Un nuovo studio olandese: un fenotipo beta‑talassemico senza mutazioni globiniche

Recentemente è stato pubblicato un lavoro di alcuni ricercatori olandesi che si sono trovati a studiare tre soggetti con classico fenotipo beta-talassemico, cioè con anemia microcitica ipocromica e valori aumentati dell’emoglobina A2 (da 4,9 a 6,0%), e inoltre gli indicatori del metabolismo del ferro dimostravano che non vi era anemia sideropenica.

Tuttavia il sequenziamento dell’intero locus genico beta-globinico non rivelava anomalie genetiche. Parimenti, non erano state trovate mutazioni neppure nei due loci alfa-globinici.

A quel punto l’analisi genetica si è spinta più in là grazie alla Next Generation Sequencing, che ha identificato una mutazione in un gene noto come SUPT5H, già precedentemente descritto come codificante per un fattore trascrizionale che interferirebbe con la differenziazione eritroide. Le mutazioni causavano varianti del gene con perdita di funzione dovuta alla generazione di una proteina tronca.

Finora, in totale, sono stati descritti 27 casi di mutazioni di SUPT5H in soggetti con fenotipo beta‑talassemico, e gli autori concludono che anche lo studio di questo gene debba essere preso in considerazione nei casi non risolti di sospetta beta‑talassemia.

L’importanza della corretta quantificazione dell’HbA2

L’occasione mi è quindi propizia per porre l’accento sulla corretta misura quantitativa dell’emoglobina A2. Nel nostro gruppo di ricerca ci eravamo precedentemente occupati di questo argomento definendo i traguardi analitici per la misura di questo parametro, traguardi ricavati sulla base della variabilità biologica.

Lo studio, condotto su 18 volontari di età compresa tra 26 e 52 anni, in buono stato di salute e senza familiarità per diabete, talassemia o altre emoglobinopatie, era stato effettuato analizzando campioni raccolti a intervalli di 15 giorni per due mesi.

I soggetti erano stati convocati sempre nel medesimo giorno della settimana, alla stessa ora, e il prelievo era effettuato dallo stesso flebotomista, in modo da minimizzare eventuali fonti di variabilità pre‑analitica. I campioni venivano quindi immediatamente congelati a –80 °C, così da poter essere analizzati tutti nella stessa seduta analitica.

I risultati hanno dimostrato che:

  • non vi erano differenze significative nei valori di HbA2 tra maschi e femmine;
  • la variabilità biologica intra‑individuale era pari allo 0,7%;
  • quella inter‑individuale pari al 7,7%.

I traguardi analitici relativi al massimo errore totale accettabile erano quindi molto stringenti: 1,5%, 3,1% e 4,7% rispettivamente per i livelli di qualità ottimale, desiderabile e minimale.

Implicazioni per i laboratori e necessità di un miglior controllo qualità

Anche se i valori di HbA2 nei soggetti descritti come portatori di mutazioni in SUPT5H erano ben al di sopra degli intervalli di riferimento (da 2,2 a 3,2%, secondo gli autori olandesi), ritengo sia molto importante che, per questo parametro chiave, il laboratorio monitori attentamente e in maniera continuativa la qualità analitica, sia in termini di imprecisione sia in termini di esattezza.

Purtroppo in Italia il numero di laboratori che partecipa a programmi di valutazione esterna di qualità è molto ridotto rispetto a quanti misurano in routine questo parametro.

È quindi auspicabile che questo scenario possa migliorare grazie all’impegno delle Società scientifiche e delle Aziende diagnostiche.