01 gennaio 2023

Diabetologia

Prof. Andrea Mosca


Il difetto di glucosio 6-fosfato deidrogenasi (G6PD) è stato riscontrato per la prima volta oltre sessant’anni fa e, prima di allora, erano state trovate carenze solo di altri due enzimi eritrocitari importanti: la catalasi e la galattosio 1-fosfato uridiltransferasi. Tuttavia soltanto la carenza di G6PD causava un disordine ematologico, in particolare portava ad una anemia emolitica in seguito all’assunzione di alcuni tipi di farmaci antimalarici o al consumo di fave fresche. Anche l’ittero neonatale può essere di diversa gravità ed in alcuni casi si può avere una anemia emolitica congenita. Oggi si stima che oltre 400 milioni di persone al mondo siano portatori di questo difetto enzimatico, che si può manifestare in forma di diversa gravità a seconda del tipo di variante presente.
In questa rubrica abbiamo più volte detto che, tra i fattori pre-analitici che possono influenzare la misura dell’emoglobina glicata, oltre alla presenza di certe varianti emoglobiniche, alla carenza di ferro, a certe altro co-morbidità, e ad altri fattori anche nutrizionali, la presenza di una anemia emolitica può inficiare l’interpretazione del risultato a causa della riduzione della vita media eritrocitaria.
Con l’avvento delle tecniche di Genome-Wide Association Study (GWAS) abbiamo assistito ad un proliferare di metanalisi, che hanno identificato vari fattori non eritrocitari importanti per la loro possibile interferenza sulla quantificazione dell’HbA1c. Uno degli studi più recenti ha dimostrato che vi sono delle varianti di G6PD, che si trovano in soggetti di origine afro-americana od ispanica negli Stati Uniti, e che una di queste varianti, la G6PD-Asahi, produce un abbassamento dell’HbA1c pari a circa 8,9 mmol/mol. Per quanto riguarda l’Asia, dove la prevalenza del difetto è anche significativa, un recente lavoro di autori di Singapore ha dimostrato che altre due varianti di G6PD, (G6PD-Canton e G6PD-Kaiping) avevano effetti importanti nell’abbassare i livelli di HbA1c, indipendentemente dalla glicemia.
E da noi com’è la situazione? Non ci sono molti dati al riguardo, però uno studio del gruppo di Songini di Cagliari, pubblicato più di 10 anni fa, aveva dimostrato che il difetto di G6PD accelera le complicanze microvascolari del diabete, verosimilmente a causa di una minore disponibilità di NADPH che rappresenta una delle difese contro lo stress ossidativo e la disfunzionalità endoteliale. Senza andare nei dettagli di questo studio, mi sembra importante ricordare che i livelli di HbA1c nei soggetti con diabete di tipo 1 studiati erano più alti di circa 10 mmol/mol rispetto ai livelli presenti nei soggetti con diabete di tipo 1 e carenti di G6PD.
In conclusione, questo fattore pre-analitico deve essere sempre tenuto presente quando la glicata “non torna” con i livelli di glicemia media. C’è anche chi ha proposto l’uso del rapporto tra glicemia digiuno ed HbA1c come indice potenzialmente utile per porre diagnosi di diabete, basandosi solo sulla misura della emoglobina glicata, nelle etnie ad alta prevalenza del difetto di G6PD.