Emoglobina glicata - attualità per l’utilizzo nella sorveglianza e nella diagnosi del diabete

11 novembre 2020

Diabetologia, Ematologia

Prof. Andrea Mosca

Ci sono eventi che accadono durante le nostre vite che, per la loro enormità e significato, noi associamo con certezza a quanto stavamo facendo in quell’istante. Ad esempio, la nascita di un figlio, oppure il disastro delle torri gemelle dell’11 settembre 2001, oppure quando l’uomo è atterrato sulla luna per la prima volta.

Nel campo del diabete un evento che molti ricordano con uguale intensità è il congresso della Società Americana di Diabetologia del 1993 dove sono stati presentati i risultati dello studio DCCT, che dimostrava come sia importante la regolazione del controllo glicemico per ridurre l’incidenza di varie complicanze diabetiche nei diabetici di tipo 1. I risultati sono poi stati confermati anche per i diabetici di tipo 2 da un altro studio estremamente importante e super-citato, quello inglese dello UKPDS. Ed è da allora che la misura della emoglobina glicata è considerata il “gold standard” per la valutazione del controllo glicemico nei soggetti diabetici.

 Avremo modo più avanti di prendere in considerazione vari aspetti pre-analitici, analitici e post-analitici, ma ora desidero solo sottolineare che a partire dal 2000 la misura della HbA1c è diventata anche parametro diagnostico per confermare la diagnosi di diabete in assenza di sintomi. Le linee guida nazionali ed internazionali infatti dicono che se l’HbA1c ha un valore ≥48 mmol/mol (6,5 %), confermato in due occasioni successive, questo basta per la diagnosi. E qui, cari lettori, mi piacerebbe chiedervi, e da voi, come va?

Vale forse comunque la pena di rammentare quello che declinano gli standard internazionali e nazionali, che è quanto segue: la diagnosi (in assenza dei classici sintomi) può essere fatta sulla base della glicemia a digiuno, della glicemia a 2 ore dal carico orale di glucosio e della HbA1c. La diagnosi va comunque confermata con due esami ripetuti a breve distanza di tempo (una settimana, massimo due settimane), ed ecco come interpretarli e procedere di conseguenza:

a)   Se l’HbA1c è 53 mmol/mol (7,0%) nella prima occasione e 51 mmol/mol (6,8 %) nella seconda, la diagnosi di diabete è confermata.

b)  Se sono stati eseguiti due differenti test, ad esempio emoglobina glicata e glicemia a digiuno, ed entrambi sono sopra il valore soglia quando ripetuti, questo conferma la diagnosi.

c)   Se su un paziente si sono ottenuti risultati discordanti da due differenti test, allora il risultato che è al di sopra del valore soglia deve essere ripetuto e la diagnosi viene fatta sulla base del test confermato. Se, ad esempio un paziente viene giudicato diabetico sulla base della HbA1c (entrambi i risultati al di sopra del valore soglia di 48 mmol/mol) ma non sulla base della glicemia a digiuno (valore soglia 126 mg/dL), allora la persona deve comunque essere considerata diabetica.

I due diagrammi di flusso (percorso 1 e percorso 2) che potete scaricare in calce a questo testo danno una idea dei due diversi tipi di approccio alla diagnosi.

Ci sono alcune limitazioni all’utilizzo della HbA1c per la diagnosi del diabete, e questo test è sconsigliato nelle donne entro due mesi dal parto, in soggetti trattati con glucocorticoidi, subito dopo un intervento chirurgico, ed in presenza di pancreatite acuta. Altre condizioni che possono inficiare il significato diagnostico del test includono tutte quelle situazioni che possono influenzare il turn-over eritrocitario, come l’anemia falciforme, la gravidanza (II e III trimestre), le anemie emolitiche, l’emodialisi, recenti perdite di sangue o trasfusioni, la terapia con il eritropoietina, l’anemia sideropenica, il trattamento di HIV con farmaci antiretrovirali.  Più avanti commenteremo nei dettagli queste interferenze pre-analitiche.

Infine cosa dire dell’utilizzo della HbA1c per il monitoraggio del diabete? La prima cosa è che non esistono target unici, ma che, a seconda del tipo di paziente e della sua età il diabetologo può definire obiettivi più o meno stringenti. Dallo studio DCCT il target ideale era 53 mmol/mol (7,0 %), ma successivamente ne sono stati definiti ulteriori. Certamente i diabetologi utilizzano vari altri parametri per la sorveglianza del controllo glicemico, quali la glicemia postprandiale, la variabilità glicemica, l’occorrenza di ipoglicemie. Anche la variabilità della HbA1c è stata recentemente proposta come strumento per valutare il rischio di rimodellamento ventricolare. 

Avremo certamente modo di approfondire anche questi argomenti e vi ringrazio fin d’ora per qualsiasi spunto riteniate opportuno.



Emoglobina glicata - attualità per l’utilizzo nella sorveglianza e nella diagnosi del diabete

30 novembre 2020

tiziana biagioli

iniziativa molto utile ed interessante